I
“ Attento ragazzo, un passo falso e sei giù nella
valle”.
E faceva paura. Il temporale sotto il bosco di faggi
che cantavano contro cori col vento e piangevano sulle teste di otto uomini
così buffi. Uno strano gruppo con in testa un tarchiato quarantenne, una non
poco bizzarra camicia nera come la pece che contrastava con il significato che
quel drappello avrebbe trasmesso a un qualsiasi osservatore e che nascondeva
una coerenza ferrea ed una saggia mimesi nella macchia, con le scarpe da montanaro
e il passo da muratore, che a osservare bene si può notare il bilanciarsi da un
piede all’altro vitale sugli stabili assi dell’impalcatura del cantiere, figli
poco pregiati di quelle colonne arboree che nascondevano il calar del sole
dietro la sella del San Bernardino verso l’Elvezia neutrale. Poi veniva quel
damerino del Ruffoni, almeno tale era allora per quel suo modo di portare anche
quei pochi stracci che la fortuna fattasi valligiana gli aveva donato, poveri
resti del marito tagliaboschi che gli aveva indossati prima della divisa che
ora ricopriva il corpo gelato in qualche campo innevato nella provincia di
Kiev. Il suo era un passo difficile da definire, il corpo snello camminava con
mal contenute falcate, la mano che sempre picchiettava esprimeva forse il
trattenuto slancio che l’avrebbe certo portato alla meta ben prima del gruppo,
senza per questo mancare in stabilità sul lastricato scivoloso, o in attenzione
per il minimo e vitale fruscio. L’Anna, la mal celata meraviglia di quel corpo
ventiduenne, procedeva terza, come sempre. Gli stracci interrati e sporchi, i
calzoni larghi nel passaggio tra i fianchi e la vita, il maglione troppo grande
e quel nastro sotto la maglia a trattenere i seni, i capelli raccolti nel
berretto e violentati dalle forbici o dal coltello, lo sporco forse voluto sul
viso graffiato non avevano cancellato quella che non si può solo definire
sensualità, ma l’avevano anzi come concentrata nella mano sinistra che passava
sul calcio della rivoltella che faceva venire un brivido a fissarla, e in quel
movimento della lingua nel bagnare le labbra arse che prendeva lo stomaco più
di quattro tramonti senza minestra e confondeva paura e tensione con fantasie
belle ma pericolose quando il piede dimenticato scivolava nel vuoto di un passo
mancato lasciando il corpo sbilanciato e libero verso il fondo valle. Il Russo
allora con il lieve tocco della mano e il saldo sforzo del braccio si
assicurava di non attardare la marcia per recuperare il quarto della fila, che
lo precedeva, dal sottobosco di felci. Il Russo era freddo nel tocco, gelido
nel viso, di ghiaccio nel passo, ma gli occhi erano più caldi del lago di
Mergozzo nelle belle giornate di ferragosto, ed altrettanto languidi, carichi
di una triste giovialità. Il russo era georgiano. Non parlava mai e non si
faceva capire, però capiva, eseguiva e improvvisava, e non aveva mai bisogno di
chiedere nulla. Nessuno sapeva molto sul Russo, almeno fino a quel momento. Ma
se ne sarebbero scoperte molte in seguito. Lo chiamavano Olmo il sesto della
fila. Era stato uno dei primi nei boschi. Il suo passo era intonato con le
canzoni che più che parte della sua memoria erano parti di lui. Parlava poco
l’Olmo, e come l’olmo era scuro e lungo. Si sarebbe detto del sud se solo una
“e” lo avesse permesso. Ma nessuno sapeva come si chiamasse nè di dove fosse,
nessuno tra di loro lo aveva mai dovuto scoprire, ed al di là del bisogno
niente valeva una domanda del genere. Tanto più che ad ognuno era facile
attribuire almeno la regione. La “terra di santi e navigatori” lasciava le
valli e i fiumi incisi nella parlata di ognuno, persino in quelli che si
sarebbero detti più colti, e che comunque non abbondavano. Ma la parlata
dell’Olmo e la sua erre dura non potevano essere legate a nessun duomo, ed
anche per questo era per tutti e per i più giovani la figura più rispettabile e
tuttavia più naturale. Era cioè quello che ognuno si aspettava di trovare
quando decideva di inoltrarsi nei boschi, l’indiscusso capo brigata ed il vero
teorico, solo il Badolati discuteva con l’Olmo, e andavano d’accordo solo sul
boccale del vino. Del settimo di quel drappello non si poteva dir molto, era
uno dei tanti, insipidi, che forse valevano più di ogni altro. Robusto, bello,
trentenne si sarebbe detto, il passo corretto e misurato, la bella ed economica
pipa spenta stretta con forza da trentadue denti perfetti, ma lo sguardo
lontano, sfuggente, nessuno gli avrebbe rivolto la parola se non fosse stato
lui il primo a farlo. Ma per fortuna era sempre ben lieto di essere il primo,
con la sua dolce e fasulla allegria che tra i boschi spesso faceva bene al
cuore. Francesca era lì a chiudere la fila. Quante se ne potevano dire di
Francesca. Non era bellissima, non molto alta, era stata operaia tessile e poi
infermiera. Non nascondeva nulla di sè Francesca. Nessuno osava trovarsi con
lei prima di coricarsi o al mattino quando scendeva al fiume. Francesca si
toglieva la camicia accaldata lasciando trasparire i seni belli e forti
attraverso la maglia inzuppata di sudore. Francesca si lavava a torso nudo al
fiume. Ma chi aveva sperato in qualche cos di più da Francesca era rimasto
deluso, aveva sempre detto che avrebbe capito subito quale era l’uomo per lei
ed i suoi no seppur cortesi non lasciavano possibilità per nuovi contrattacchi.
Da tempo nessuno tentava nulla nei confronti di Francesca. Eppure ogni qual
volta quei suoi tranquilli e naturali comportamenti lo coinvolgevano, chiunque
trovava una scusa per garantirle l’intimità di cui non sembrava aver bisogno.
Era lo specchio dell’Anna. E con questa andava al fiume, perché da soli non si
poteva. Ma per il resto non si parlavano mai, o quasi. Francesca partecipava
anche alle decisioni tattiche, insieme all’Anna al Badolati e all’Olmo. Era il
medico della brigata e più volte molti di loro si erano medicati da soli, per
paura di recarsi da quel medico zelante che li guardava spogli parlando
tranquillamente della medicazione e con lo sguardo più dolce ed il sorriso più
allegro, mettendoli spesso in dubbio sul proprio essere uomini. E nessuno raccontava
mai fantasie su di lei, non gli avrebbero creduto. Francesca era forse un
problema per quei ragazzi, non per il Ruffoni, con cui andava d’accordo.
Sembrava non accorgersi nelle sue labbra il Damerino e negli appostamenti e
nelle ronde facevano coppia. L’Olmo era stato quasi sul punto di intervenire
sul problema Francesca, ma per quanto fosse duro ammetterlo, il Damerino glielo
aveva risolto. In breve il problema era che lei trattava i ragazzi come se tra
loro e lei non esistessero differenze e nel frattempo ogni suo gesto ed ogni
suo movimento non solo le ricordava le differenze, ma le accentuava e le
evidenziava. Adesso il problema sembrava risolto, ma per qualcuno e ancora per
un po’ sarebbe stato causa di rancori. Rispetto al ragazzo il Badolati e l’Olmo
erano come dei padri, anche il Russo lo sarebbe potuto essere. Ruffoni era un
fratello maggiore e così si sarebbe detto per Raffaele. L’Anna aveva forse
qualche anno in più di lui ma con Francesca aveva scoperto di avere in comune
l’anno di nascita. Lei sembrava trattarlo come tutti gli altri, eppure la
vicinanza di età e il trovarsi tra maggiori li aveva spesso accomunati. Ma
stare con Francesca non gli riusciva proprio.
Il temporale cessò come di colpo, il cielo era
diventato scuro e le nuvole correndo le une dietro alle altre avevano lasciato
una lieve luna e una manciata di stelle. Il gufo volava sulla valle e solo il
San Bernardino sembrava spezzare il silenzio incantato col suo gorgogliare
rapido verso il lago. E le foglie fruscianti con il loro magico suono
richiamavano i nervi già tesi all’allerta.
II
Nel buio la strada era ben visibile perché nessuno
aveva bisogno di vederla per saper dove fosse. Il respiro del Badolati si era
fatto lieve, Raffaele con il Russo si potevano intravedere sulla destra, anche
se nessuno senza saperlo prima avrebbe potuto dire si trattasse di uomini.
Anche le sagome dell’Olmo e dell’Anna al suo fianco si potevano intuire sulla
sinistra, invece se non si sbrigavano ad accendere il loro segnale nessuno
avrebbe potuto trovare il luogo dove quel Ruffoni scrutava quella stessa strada
con Francesca sdraiata, il corpo sull’erba bagnata, al suo fianco. La scena si
ripeteva come al solito. Che fosse un camion di munizioni, un treno, un
convoglio, un porta lettere poteva cambiare il rischio, ma la disposizione era
le stessa da molti mesi e la sua mente, da molti mesi, più rivolta alla
postazione del Damerino che alle ombre sulla strada. Chissà cosa pensavano gli
altri, era certo che nessuno lasciava come lui correre la mente lontana da un
dovere che sentivano e che si erano liberamente attribuiti. Se ne faceva una
colpa ogni volta ed ogni volta la mente correva come un cavallo imbizzarrito.
Ma chi stava pensando solo alla strada quella sera? Non certo l’Olmo. Quanti
mesi erano ormai che a tutti gli effetti comandava quegli uomini, e che ognuno
si fidava di lui ciecamente, anche se la fiducia non abbondava nei boschi.
Nessuno metteva mai in dubbio le sue capacità, neppure il Badolati, testardo e
duro più dei mattoni della Maria del Fiore nella sua Firenze sulla sua fede
anarchica e sulla conseguente iniquità di qualsivolesse potere costituito al di
là del libero fraternizzarsi degli uomini, metteva in dubbio il suo ruolo. Ma
lui sapeva, lui ricordava la ruota bucata del camion sulla litoranea, il
tedesco sotto il camion a cercare la ruota di scorta, i compagni che bloccavano
la moto della scorta e tranciavano così l’esistenza a due ragazzi in uniforme
da invasori, lui a coprir le spalle al Margaroli che camminava verso
l’improvvisato meccanico, l’altro conducente comparire dalla boscaglia dalla
parte del lago dove la fortuna e il bisogno lo avevano condotto, vedere e
mirare in un solo momento le spalle del Margaroli. Ricordava la sua rivoltella
di copri spalle già sicura puntata sul nuovo arrivato, il dito sul grilletto.
Ma il tedesco aveva avuto il tempo di mirare e crivellare il Margaroli da
dietro il furgone, il Margaroli di cadere al suolo e al piccolo Carlo,
fiducioso in quel dito sul grilletto alle sue spalle, i compagni di rispondere
prontamente al fuoco e ridurre il quarto uomo a cibo per vermi, e quel dito non
aveva trovato la forza di stringere quel grilletto, di concludere l’esistenza
di quello sconosciuto nemico prima che questi frantumasse quella dell’amico con
cui sin da bambino aveva giocato a pallone davanti a San Vittore. Quante volte
aveva desiderato che un colpo lo finisse inconsapevole in un azione, lo facesse
precipitare inerte tra i mirtilli. Ma nessuno si era mai accorto di nulla, la
sua fede, la sua abilità teorica, le sue capacità tattiche lo avevano reso
sempre più importante, un episodio del genere non gli era più ricapitato e il
caso aveva voluto che mai si ritrovasse di fronte ad un uomo, ad un nemico,
faccia a faccia. Aveva sempre sparato senza sapere se colpiva oppure no e
nessuna pallottola nemica aveva ancora troncato il suo filo. Ma dopo tanti anni
oggi sarebbe stato in grado di salvare quel Margaroli? Perché né Marx né
Togliatti lo potevano aiutare? Ci fosse stato un prete, un bastardo papista cui
confessarsi almeno. Certo lui non pensava solo alle ombre sulla strada.
A cosa pensasse il Russo nessuno può dirlo, se alle
musiche georgiane, alla dolcezza della balalaica accompagnata da un canto di
bambina, se a quella terra lontana che non avrebbe più rivisto.
Non ci pensava neppure Ruffoni. Ruffoni il Damerino.
Ruffoni il sacerdote di Santa Romana Chiesa in mezze a un coro di mangiapreti.
Ruffoni che leggendo Tommaso d’Aquino e pensando a Cristo e a suo padre non
aveva potuto far altro che imbracciare il fucile e combattere quell’idea di
mondo a cui aspiravano tanto un imbianchino austriaco quanto un socialista
interventista italiano. E pensava alla tonaca gettata nel torrente, ai ragazzi
che quel fucile aveva sepolto, ma soprattutto a Francesca che l’aveva subito
scoperto, compreso, e che gli aveva confessato l’amore intenso e immotivato per
quel ragazzo che sapeva ancora di libri, anche nel cuore del bosco, forse
troppo. Francesca l’aveva capito così come lui l’aveva ammirata per il suo
essere donna a diciannove anni, per essere pari a tanti uomini che la temevano.
E pensava all’Anna che aveva combattuto contro il suo essere donna per tanto, e
dopo tanto aveva ceduto all’amore che crudele l’aveva fatta innamorare proprio
di lui, di un prete inconfessato che sapeva capire quella donna però non
sentiva di poterla amare.
Certo non erano fissi sulle ombre della strada
neppure i pensieri di quel Raffalele milanese e gioviale che mordendo la sua
pipa pensava ai camerati che aspettavano il suo segnale per catturare in nome
del Duce quel drappello di uomini. Pensava al suo essere vile infiltrato e al
fascismo che tanto in lui aveva creduto e a quello spaventoso senso di giusto
che aveva scoperto negli obiettivi, negli spiriti, nei cuori di quei briganti
mangia bambini sovvertitori dell’ordine che avrebbero dovuto “fare in Italia
come in Russia”. Pensava a ciò in cui credeva lui come uomo coperto dal nero di
una camicia o dal rosso di un’altra o dal nero di un’altra ancora. E pensava al
Badolati, alla stima che per questi provava, alla rara e leale amicizia che li
aveva uniti e a qualcosa che sentiva dentro e che non era stima ma qualcosa di
più, di inconfessabile, che non avrebbe voluto provare.
L’Anna si sforzava più di tutti di pensare solo a
quelle ombre, ma sentiva i suoi pensieri correre verso quell’uomo che le aveva
fatto capire quanto il suo essere donna non la rendesse inferiore a nessuno,
quanto il bisogno di una carezza non fosse mancanza di coraggio. Pensava
all’uomo che le aveva ridato inconfessabilmente se stessa e come, ritornata
donna, era stata ancor più uomo, ancor più ribelle, ancor più partigiano.
Francesca pensava al Ruffoni a cui si era confessata e al ragazzo per cui lo
aveva fatto, al giovane studente di filosofia, di nobile famiglia, a quell’aristocratico
maledetto che arrivava tra loro per comandare anche lì e che si era rivelato un
pulcino bagnato di fede negli uomini e nella ragione, bagnato di dubbio e di
coraggio. Che aveva lasciato la teoria ed imbracciato con adulto disprezzo un
concreto strumento di morte che lei spesso non aveva saputo usare. E si era
accorta che quel principino era l’unico di cui le attenzioni generose che la
ricoprivano avessero un valore, l’unico che avesse onestamente ammesso il suo
imbarazzo e onestamente cercato il suo cervello, quello che non poteva
sopportare la sua coppiata con Ruffoni al quale avrebbe bambinamente dato
volentieri il cane del fucile in testa.
In realtà il solo Badolati pensava unicamente alle
ombre sulla strada quando gli aguzzini spuntarono dal bosco soprastante senza
bisogno di alcun aiuto da Raffaele.
III
Il Russo colpito alla nuca non ebbe il tempo di dire
un’Ave Maria. Raffaele fu così il primo a dare l’allarme e per subitanea scelta
di campo lasciò ai posteri la memoria dell’omicida del Russo e dei suoi due più
prossimi compari. Badolati trascinò il ragazzo verso il buco dell’Olmo e
dell’Anna, il Ragazzo fu quindi mandato ad avvisare il Ruffoni e Francesca, con
l’ordine di tornare al campo con quest’ultima e di mandare il Ruffoni insieme
agli altri.
Almeno cinque tedeschi stavano sopra di loro,
Raffaele era scoperto e nascosto da qualche parte nella macchia. Quanti erano e
dove erano?
Il Ragazzo era già partito con Francesca quando
Ruffoni fu sul posto insieme agli altri, l’Olmo indicò la via attraverso la
quale si sarebbero potuti ritirare e avrebbero potuto attendere al sicuro
l’evolversi dei fatti. Il tutto fu rapidissimo. L’Anna, Badolati, Ruffoni e
l’Olmo si muovevano veloci nel sottobosco. Otto tedeschi spuntarono improvvisi
alle spalle, ma ancor prima che i colpi partissero un urlo e una raffica
continua di mitraglia rivelarono la posizione di Raffaele che ora correndo
all’impazzata tra i proiettili dei suoi tre inseguitori e degli otto nuovi
arrivati ne lasciò quattro al suolo prima di rovinare per la scarpata. Anna si
lanciò contro Ruffoni ed insieme volarono oltre una rupe in una caduta di tre
metri contro un letto di eriche.
Badolati e l’Olmo ebbero il tempo di raggiungere il
corpo del camerata-compagno-amico Raffaele che appena li vide si mise a ridere
con folle allegria urlando che non sentiva male in nessun punto del corpo e che
aveva capito solo ora che il suo vero animo era rosso, rosso, ora che i neri
proiettili avevano messo in evidenza quanto rosso ci fosse dentro di lui. E fu ridendo
e cantando “Grazie dei fior” che Raffaele salutò i camosci della Val Grande.
L’Olmo e il Badolati, con dubbia e insolita mancanza
di eroismo gettarono le armi e diedero la scusa allo stanco e teso drappello di
camerati di tornare al comando con un po’ di cacciagione fresca e i cadaveri di
un camerata e di sei biondi alleati ariani.
IV
Le ore passarono imbarazzate e lente per l’Anna e
Ruffoni fino a raggiungerli dall’alto di una voce che li cercava. Era la voce
di Francesca che annunciava l’arrivo della brigata partigiana. Il Ragazzo
l’aveva guidata in quella rapida corsa in cerca di soccorsi. Dall’altro lato
della vallata avevano udito i rumori della rappresaglia. Con grande maturità
l’aveva guidata per un tortuoso sentiero sino alla sommità di un colle dove in
un alpeggio ora in disuso avevano atteso che la situazione si calmasse e si
erano potuti accertare di non diventare le guide di nessun nemico per il campo.
Nell’ora più calda della giornata avevano ripreso il cammino e intercettato
alcuni compagni. Avevano poi voluto a tutti costi e contro a ogni parere
partecipare alla difficili, triste e pericolosa ricognizione in cerca di feriti
e di cadaveri. Non ci si aspettavano nuove azioni dei nazifascisti. Si sapeva
delle ingenti perdite degli avversari nello scontro, si sapeva che due di loro
erano stati presi nella nottata ma anche che sette tra gli altri erano tornati
morti.
Fu un’intera giornata per l’Anna e Ruffoni nascosti
e bloccati su quel ripido e propizio dirupo tra il sottobosco, semicoperto dai
rami delle eriche e dei mirtilli. L’Anna aveva malamente pestato una costola e
la parte di uno spuntone era in minima parte penetrata producendo una ferita
non proprio lieve appena sopra l’ultima costola ed un terribile spasmo
respiratorio con conseguente perdita dei sensi. Quando si riprese Ruffoni stava
completando un’improvvisata ed esperta medicazione, la donna sentiva il sapore
della grappa che il prete le aveva forzatamente fatto ingerire come anestetico
improvvisato. Ora l’ebbrezza dell’alcool e l’eccitazione per la presenza fisica
di quell’uomo a cui tanto aveva pensato si impadronivano di lei. Dovette
Ruffoni confessare e giurare e dimostrare la propria identità di servo di Dio
per placare le sempre più decise intenzioni dell’Anna senza per questo placare
il suo cuore.
Il gruppo era stato impegnato a predisporre rigidi
controlli e a preparare l’evacuazione dei paesini della valle in caso di
rappresaglia. Giunti sul posto si erano ritrovati i corpi del Russo e di
Raffaele. Su quest’ultimo se ne erano scoperte molte nel frattempo dalle
confessioni di un miliziano raccolte da un’altra brigata dell’Ossola.
Francesca e Gabriele (così si chiamava il Ragazzo)
si erano nel frattempo chiariti. La tensione e l’attesa nella malga avevano
fatto esplodere folli e umane ire di Gabriele che dopo un’accusa e un’altra
l’aveva infine attaccata attribuendo a lei e a Ruffoni la colpa di non essere
stati sufficientemente pronti a coprire le spalle agli altri dalla loro
postazione “impegnati” così disse “in chissà cos’altro”.
La ragazza l’aveva prima ripagato con un calcio
nello stomaco, l’aveva poi messo al corrente della realtà dei suoi sentimenti.
Erano, come logico, seguite le scuse ed i relativi rifiuti, ma alla fine
entrambi avevano guadagnato un salubre sfogo e una vera amicizia basata sulla
chiarezza, su cui finalmente potevano contare.
Recuperati che furono l’Anna e Ruffoni, l’identità
di questi non fu svelata. Tutti infatti gli attribuirono il ruolo di erede,
almeno provvisorio, dell’Olmo garantendosi così un comandante non meno valido e
non meno ambiguo del precedente. L’Anna si riprese di lì a non molto ed ancora
per poco combatté contro il voto del Damerino. Di lì a poco i suoi orizzonti di
donna finalmente rivelati trovarono una preda non meno interessante ma più
interessata. Il Russo fu sepolto là nel bosco con altrettanta incomprensione di
quella che aveva ricevuto in vita, ma il corpo di Raffaele fu abbandonato come
giustamente meritava il traditore che gli aveva portati a quell’imboscata.
Dell’Olmo e del Badolati si seppe più tardi di
un’incredibile fuga a due durante il trasporto al comando di Milano. Ma questa
è un’altra storia che poco ha a che vedere con quel gruppo di otto uomini che
camminavano tesi, fieri ed impauriti sul sentiero lastricato della Val Grande.