Attualità di Gramsci nel 70° della morte
Gramsci fu un uomo politico e nella politica – l'azione, la lotta il
pensiero – risiede l'unità della sua opera. Anche negli anni del
carcere fascista, che ne logorò irrimediabilmente la fibra e ne spense
prematuramente la vita, Gramsci fu «un combattente politico», un
riformatore europeo e un grande italiano. Egli diede inizio alla più
rilevante corrente comunistica critica della stalinismo e alternativa al «marxismo
sovietico».
A settant'anni dalla morte Antonio Gramsci (1891-1937) è oggi l'autore
italiano contemporaneo più tradotto e studiato nel mondo. Questa «fortuna»
è dovuta alle Lettere dal carcere e ai Quaderni del carcere. Le prime
costituiscono un monumento della lingua e della letteratura italiana, un esempio
di grandezza intellettuale e morale che, riconosciuto come tale fin dall'apparire
della loro prima e parziale pubblicazione, nel '47, oggi concorrono alla diffusione
della nostra cultura in quasi tutte le principali aree linguistiche del mondo.
I secondi, forse ancora più tradotti delle prime, costituiscono un classico
del pensiero politico del Novecento.
prof. Giuseppe Vacca
Presidente dell'Istituto Gramsci
EGEMONIA E CONSENSO
Il concetto gramsciano di egemonia si contrappone, nei Quaderni del carcere,
all'idea di «dominio». L'idea di egemonia, in Lenin, non va dunque
intesa – nell’interpretazione di Gramsci - come affermazione di
un dominio, ma come affermazione di una superiore capacità di interpretazione
della storia e di soluzione dei problemi che essa pone. Ne deriva una riflessione
sulla funzione delle classi dirigenti. Se queste perdono egemonia culturale,
ideale, morale cessano di essere dirigenti e passano all'esercizio di un dominio
destinato a decadere o a crollare. La supremazia di un gruppo sociale si manifesta
dunque in due modi: come dominio (coazione) e come «direzione intellettuale
e morale» (consenso).
Lo Stato non è dunque mai pura forza, né la trasformazione può
esser pura violenza. Quindi un gruppo dominante non è per ciò
stesso dirigente e un gruppo dominato non è votato alla subalternità.
La possibilità di dissaldare la forza dal consenso si affida all'elemento
creativo e mobile di una politica capace di scavalcare gli interessi ristretti
(corporativi) di una classe per realizzare una più vasta aggregazione
di consensi attorno a un nucleo di interessi più generali, radicati nella
comunità nazionale. Da qui la confluenza in Gramsci di un antidogmatico
spirito di ricerca delle prospettive con una approfondita indagine sulla storia
della nazione e della sua cultura.
Su questa linea Gramsci reagisce sia contro l'elitismo chi teorizza l'inevitabile
e permanente scissione fra rappresentanti e rappresentati, sia contro la denigrazione
della democrazia rappresentativa come regime dominato dal «numero».
Egli ha di fronte un'Italia nella quale un suffragio allargato è introdotto
soltanto dal 1919 e ha già avuto la terribile risposta del fascismo.
Per altro verso egli riflette sull'esperienza della rottura rivoluzionaria dell'Ottobre
che è stata bloccata dallo stalinismo principalmente per mancanza di
tradizioni e istituzioni democratiche.
In realtà, ragiona Gramsci, una coerente democrazia politica «tende
a far coincidere governanti e governati” e ha quindi per modello un autogoverno
generale, la crescita culturale di tutti. D'altra parte «la numerazione
dei voti è la manifestazione terminale di un lungo processo», nel
quale vengono collaudate le proposte e le capacità della élite
di risolvere i problemi generali. Non si tratta affatto di sostituire alla élite
eletta una «élite per decreto». Si tratta invece di immettere
nell'élite eletta una cultura fatta di responsabilità nazionale
e umana nei confronti del proprio popolo e degli elettori-persone. Così
si allargherà il consenso attorno a chi sarà in grado di proporre
soluzioni più ragionevoli e più umane.
da Aldo Tortorella e Umberto Cerroni
FILOSOFIA DELLA PRAXIS
Il concetto di 'prassi', come agire individuale e sociale, è al centro
di tutta la filosofia inaugurata da Karl Marx (…) Discutendo la Tesi XI
di Marx, che propone di cambiare il mondo e non più di interpretarlo,
Gramsci scrive che tale tesi «non può essere interpretata come
un gesto di ripudio di ogni sorta di filosofia», ma come <<l'egemonica
affermazione di unità tra teoria e pratica... Se ne deduce anche che
il carattere della filosofia della praxis è specialmente di essere una
concezione di massa, una cultura di masse»(A. Gramsci, Quaderni del carcere,
Torino 1975, pp. 1270-1346).
L’aspetto più rilevante di questa concezione è che mette
in discussione le concezioni deterministiche tipiche dello scientismo della
II Internazionale Socialista, ma anche del pensiero idealistico del Croce. Per
Gramsci c'è un unico modo possibile di prevedere. La previsione diventa
un atto pratico che implica la formazione e l’organizzazione di una volontà
collettiva. E’ possibile dunque cambiare il mondo perché «il
singolo può associarsi con tutti quelli che vogliono lo stesso cambiamento,
e se questo cambiamento è razionale, il singolo può... ottenere
un cambiamento ben più radicale di quello che, a prima vista, può
sembrare possibile» (ibidem).
da Nicola Badaloni
CULTURA «POPOLARE»
L'analisi della cultura «popolare» è un momento essenziale
del pensiero di Gramsci. Al centro dei Quaderni del carcere vi è la convinzione
che in quella fase di sconfitta del movimento operaio, e quindi di «guerra
di posizione», fosse necessaria una battaglia culturale che costituisse
un blocco storico in grado di assicurarsi l'egemonia: il momento del consenso
indispensabile per arrivare a quello del dominio.
In questa prospettiva diventava centrale lo studio non solo del ruolo avuto
storicamente dai gruppi intellettuali, ma, anche, della mentalità e della
cultura delle classi popolari fino allora tenute lontane dal potere e dalla
cultura. Per Gramsci quella cultura (nel senso largo: concezione del mondo)
è essenzialmente «folklore». Esso, costituito come è
in massima parte dai cascami della cultura egemone e corrisponde a ciò
che in filosofia è il senso comune, cioè «una convinzione
disgregata, incoerente, inconseguente, conforme alla posizione sociale e culturale
delle masse di cui esso è la filosofia» (A. Gramsci, Quaderni del
carcere, Torino 1975, pp. 1396).
E’ compito della filosofia della prassi, in quanto «espressione»
delle «classi subalterne» (ivi, 1320), è precisamente «educare
le masse», liberandole dalla loro cultura arretrata (ivi, 1858) e portando
le a una visione del mondo moderna e universale. Due tesi dunque solo in apparenza
contrastanti; svalutazione della cultura popolare per la sua arretratezza, ma
pure riconoscimento della sua serietà (ivi, 2314) e della necessità
di studiarla se si voglia compiere «un calcolo più cauto ed esatto
delle forze agenti nella società». E perciò Gramsci, pure
con gli strumenti limitati a sua disposizione, pone le premesse per uno studio
della cultura popolare, nuovo nel metodo, nella scelta e analisi del materiale,
nelle conclusioni.
da Giuseppe Petronio