POLITICA

 

 

Credo nella politica come possibilità di influenza e come servizio, è per questo che nell'aprile del 1997, a 19 anni, ho accettato di candidarmi come Consigliere Comunale a Vimercate (Mi), sono stato eletto e la coalizione di cui faccio parte ha iniziato a Governare la città ( 26.000 abitanti ).

Oggi sento la responsabilità di sostenere e rappresentare gli interessi di una lobby, quella dei giovani tra i 19 e i 30 anni, scarsamente considerata. Sul piano degli spazi, dei sistemi comunicativi, dei mezzi espressivi (teatro, sala prove, studio di registrazione), dello stile di partecipazione e senso civico.

Sento anche forte l'impegno di provare ad operare concretamente nella Politica per provare a rinnovarla, ridarle il ruolo importante che le spetta di attivita' culturale al sevizio delle persone per il governo della cosa pubblica.

Questa pagina vuol essere un'occasione per parlarne, per scambiare opinioni con altri interessati alle politiche amministrative, dare e ricevere consigli, proposte, pensate.

rampir@tin.it

 
 5 Aprile 2003 -
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MANIFESTI. PERCHÉ IL RIFERIMENTO DEVE ESSERE IL PREMIER BRITANNICO
Viva l'alleanza riformista, se è blairiana

La guerra irachena è una guerra "mondiale" sia per le poste geostrategiche globali in gioco sia per le implicazioni che essa ha sulle istituzioni di governo, a livello mondiale e continentale. Essa attraversa, in ciascun Paese, le opinioni pubbliche, le culture politiche, i partiti, i governi.
In Italia, la guerra ha rivelato, ancora una volta, i limiti della classe politica sia di governo sia di opposizione. Il punto principale all'ordine del giorno, come ovunque nel mondo, è la progettazione di un sistema di istituzioni politiche e militari per il governo mondiale. Si tratta di costruire un mondo nel quale a ciascuno, sotto qualsiasi cielo, siano garantiti i fondamentali diritti umani, sociali, civili e politici, passando dal primato del diritto dei popoli e degli Stati al primato del diritto degli individui. E, pertanto, servono istituzioni mondiali che siano dotate della legalità e della forza necessarie per difendere e imporre il rispetto del diritto individuale alle libertà a stati e governi che lo conculchino. Non c'è pace, non c'è giustizia, non c'è sviluppo senza libertà degli individui.
«La libertà è il nuovo nome dello sviluppo», così Amartya Sen. Le conseguenze dell'applicazione di questo principio sono una nuova Onu, una nuova Ue, una nuova Nato. Le nazioni europee sono oggi chiamate ad abbandonare rapidamente la cultura politica ereditata dalla guerra fredda, che delegava ad altri la propria difesa. E perciò dovranno disegnare istituzioni politiche, militari e sociali europee, che sostengano un nuovo protagonismo nello spazio geopolitico euroatlantico. L'alternativa è quella del declino, accompagnato ad un antiamericanismo rancoroso e impotente.
I nuovi fatti e i nuovi imperativi sono il cerchio di fuoco attraverso il quale devono passare le culture e le forze politiche del Vecchio continente e dell'Italia. Solo Tony Blair lo ha attraversato. La guerra irachena ha tracciato un nuovo spartiacque tra le forze politiche, quello che divide il pensiero del vecchio ordine dal pensiero di un nuovo ordine mondiale.
Su questo confine la prima vittima è l'Ulivo. Mentre la Casa delle libertà è riuscita a minimizzare gli effetti delle proprie contraddizioni interne, grazie all'ambiguità e al collante della leadership di Berlusconi, l'Ulivo si è frammentato. La sua classe dirigente, salvo alcuni esponenti di area socialista e liberal, ha fornito al paese uno spettacolo di raro opportunismo e di irresponsabilità politica ed etica. Si è sistemata comodamente nel ventre molle del movimento pacifista, in cui si mescolano le autentiche istanze etiche delle giovani generazioni e i residui di vecchie culture anti-imperialiste e antiamericane, ma soprattutto gli egoismi opulenti di quanti riducono la pace al «lasciateci in pace», illusoriamente alla larga dai conflitti sanguinosi extraeuropei e dal terrorismo transnazionale. Dietro a tutti, davanti a nessuno: questa la collocazione scelta da Rutelli, Fassino, D'Alema. Rischiosamente dietro a Cofferati. Una collocazione da 8 settembre, tutta giocata sul "particulare", incapace di visione e di progetto mondiale, dentro cui ridefinire il ruolo dell'Europa e dell'Italia.
Solo ora, a quindici giorni dall'inizio del conflitto, incominciano ad affiorare barlumi di una nuova riflessione. L'effetto di questa scelta è oggi il precipitare della divaricazione, strategica, da tempo presente nello schieramento dell'opposizione, senza, per altro, che emergano con chiarezza le linee di frattura lungo le quali ricostruire un'immagine affidabile del centrosinistra. La guerra irachena ha posto fine all'Ulivo fondato nel 1996.
Peppino Caldarola ha avanzato su questo giornale la proposta di prendere atto di ciò e tentare di costruire un'Alleanza dei riformisti per l'Italia. Essa individua uno spazio nel quale possano incontrarsi le culture politiche in formazione e soggetti, presenti nell'Ulivo ma anche nella Casa delle libertà, che stanno facendo i conti con gli imperativi e i problemi di un nuovo ordine e che vedono nella piattaforma culturale e politica di Tony Blair il punto di riferimento europeo: liberal, liberali, liberaldemocratici, socialisti, radicali. La guerra ha scompigliato le carte di un sistema politico già instabile, incapace di completare la transizione alla Seconda repubblica. È tempo di ridistribuire le carte.
Giovanni Cominelli, comitato nazionale dei Radicali;
Giorgio Myallonnier, consigliere regionale
radicale in Lombardia;
Roberto Rampi, segreteria provinciale Ds di Milano;
Emilio Russo, Libertàeguale di Milano.

 


Lettere a

Prodalemismo debolista
Caro direttore, da appassionato e convinto lettore del suo giornale che per primo sostiene il liberalismo di sinistra e un po' di cultura anglosassone che tanto servirebbero al paese, avendo anche pubblicamente criticato il professor Vattimo per gli sbandamenti, più che massimalisti, tautologici, le vorrei in tutta modestia suggerire di rivalutare ora l'importanza che tra gli uomini di un partito come i Ds e ancor più di un partito unico riformista vi sia il padre di quel pensiero debole spesso criticato a scatola chiusa ma che, se studiato, è alla base delle comuni impostazioni culturali di un possibile soggetto unico, moderno e innovativo, progressista ed europeo. Il prodalemismo è molto molto debolista. Un abbraccio
Roberto Rampi segreteria Ds Milano

Successi stupefacenti
Caro direttore, una battuta birichina al vicepremier Fini: una bella donna è certo stupefacente, crea spesso dipendenza, può risultare dannosa e perfino letale, dà effetti lesivi per la lucidità di giudizio e comportamento. Ma non è un buon motivo per vietarla. Sbaglio o occorre farne un uso consapevole?
P.S. Però la sinistra di governo e riformista sull'antiproibizionismo batta un colpo.
Roberto Rampi segreteria Ds Milano, classe '77

 

Internet permette, conoscendola, di ampliare gli spazi di partecipazione, di circolazione delle informazione, di interrelazione e rappresentanza. Ecco alcuni siti per conoscere e partecipare

 
 

Parlamento italiano: http://www.parlamento.it

Il Riformista: http://www.ilriformista.it/

Il Cannocchiale: http://www.ilcannocchiale.it

Labour Party: http://www.labour.org.uk

Progressisti Mondiali: http://www.progressive-governance.net

Unione Europea: http://www.europa.eu.int 

 

Visita

una proposta di formazione per produrre azioni mirate  alla creazione del consenso


Colloquio su

Non è ortodosso ma nella rubrica dei commenti stavolta pubblichiamo la lettera di un lettore e la risposta di Gianni Vattimo, pubblicata su l'Unità del 24 ottobre

Caro Direttore,
nella quasi certezza che per lunghezza e altro questa mia sia di difficile pubblicazione le scrivo comunque non potendone davvero farne a meno. Le scrivo come giovane iscritto Ds under 25, come attivista e nel mio piccolo dirigente, come suo grande estimatore e grande estimatore nonché sostenitore di Gianni Vattimo, alla cui campagna locale mi sono dedicato, conoscendolo prima come filosofo e poi personalmente.
In questa veste davvero mi preoccupa e dispiace il taglio della discussione che coinvolge il professor Vattimo negli ultimi tempi.
Io credo davvero che la sinistra italiana (ma anche il Paese in generale) abbia avuto un deficit di cultura liberale e che figure come le vostre, con la vostra storia, cultura e formazione, siano utili proprio in questo senso.
Credo che noi si debba fare grandi passi avanti verso la capacità di discutere, di rispettare tutte le posizioni, ma anche di decidere, anche a maggioranza. Fare passi avanti per superare una visione della politica di testimonianza, crescere in capacità di proposta alternativa. Fare passi avanti sull'Ulivo, sull'integrazione delle culture, sul superamento di una visione identitaria stretta, che occorra davvero una sinistra figlia del pensiero debole, che non si faccia ingannare da somiglianze rituali e nostalgiche, ma si confronti su governo e programmi. E anche un rapporto nuovo coi movimenti, dialettico, rispettoso, un po' «americano» alla Furio Colombo, capace di tenere conto e trasformare in risposta politica e di governo gli stimoli. Ero in piazza e nel backstage a Roma il 14, sappiamo tutti che questa discussione é aperta anche nei movimenti.
Credo che oggi essere iscritti ad una forza politica non significhi aderire ad un progetto forte, ad una tavola di idee rigida e fissata. I Democratici di Sinistra sono una forza politica aperta, all'interno della quale esistono molte opinioni, molte idee, molte differenze. La diversità è, per chi ha un'idea progressista della società, una grande risorsa. Credo che far politica significhi influire, non testimoniare una posizione ma provare a metterla in pratica, per questo ritengo sensato partecipare, magari provando a condizionarla, ad una forza di sinistra che aspira a governare, che sa mediare e quindi incidere, che non si chiude nel dissenso, nella testimonianza fine a se stessa.
Credo in una sinistra liberale, democratica, libertaria che è la sinistra che crede nell'innovazione, nella giustizia sociale, nella difesa dei diritti civili, nel progresso, che combatte l'oscurantismo, che investe sul futuro pensando che sia più importante provare a stare meglio che difendere solo quanto finora acquisito.
A questa idea di sinistra mi hanno portato certo le letture e gli studi di filosofia, ed in particolare Gianni Vattimo che quindi ritengo autorevole ed indispensabile portatore di queste idee, in particolare nella mozione di maggioranza nell'ultimo congresso, perché così distanti soprattutto da quella del tutto legittima parte dei Ds che guarda indietro, che insegue la retorica, che mi sembra strumentalizzi un po' i movimenti, rischiando di disfare l'Ulivo per un progetto piccolo di sinistra, dall'identità molto forte, molto vecchia, molto generazionale.
Questo é il ruolo che mi permetto di chiedere a Gianni Vattimo, e per questo soffro e non capisco l'attacco ai liberal, come dice lui, quando credo che Gianni Vattimo e Furio Colombo siano tra i più illustri liberal di questo paese.
Mi scuso per lunghezza, vaghezza e forse presunzione, ma non potevo evitare.
Con grande affetto
Roberto Rampi, Vimercate


Caro Roberto,
grazie delle tue osservazioni. Che dire? Il problema oggi è che i nostri liberal credono a una situazione «normale» che non c'è. Per esempio, credi davvero che possiamo aspettare in buon ordine, e discutendo di programmi (oltre che, vacuamente, di leadership) le elezioni del 2006? Prima di allora,di questo passo (vedi come sta andando il processo Previti, la legge Cirami, lo stesso affare Fiat), non ci saremo più. Il dominio totale dei media (che in conseguenza della crisi Fiat si estenderà e consoliderà) garantisce a Berlusconi il potere a vita, se non provochiamo qualche scossone. Tipo girotondi, e simili, e soprattutto conflitto sindacale deciso, senza finti patti per l'Italia. Anche l'idea di riformismo che si cerca di far valere è ormai poco più - ma non so nemmeno - di una proposta di fare noi una politica di promozione del capitalismo con qualche aspetto «compassionevole». Nessuna idea di una politica di sinistra, che per esempio guardi al terzo mondo, e anche che sostenga una lotta al terrorismo che non consista solo nell'aiutare Bush ad assicurarsi il petrolio iracheno con bombardamenti e stragi (al Qaeda c'entra davvero con l'Iraq? Io non lo so ancora).. Questo sarebbe un discorso programmatico da fare, ma con chi? Il «riformismo» «responsabile» ecc. ci soffocherà. La destra radicalizza (rogatorie, tasse di succesisone, divisione dei sindacati,legge Cirami, «riforma» Moratti, sanità ai privati..) e noi ci mettiamo a fare i moderati, per giunta augurandoci che non ci siano elezioni anticipate perché non siamo pronti? Avevamo il programma dell'Ulivo che va ancora benissimo adesso, e che non è nemmeno stato relizzato in piccola parte. Che cosa andiamo cercando? Quanto al voto a maggioranza nella coalizione, mi va anche bene; purché la coalizione abbia una «ragione sociale», una definizione di partenza che ponga limiti, che la identifichi un poco, che non la esponga a diventare il partito della guerra infinita di Bush.
Pensaci, e io prometto di pensare ai tuoi argomenti.

Un abbraccio
Gianni Vattimo